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Storia, informazioni ed evoluzione del cocktail |
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Cocktail, drink e aperitivi Storia del cocktail "Cocktail", parola strana, piena di mistero e di fascino. Il termine cocktail letteralmente significa "coda di gallo", nome che gli deriva (forse) per via dei variopinti colori di alcune miscele oppure a causa della leggenda sulle origini di questo tipo di preparazione. I cocktail sarebbero nati in Mesopotamia, almeno cinquemila anni fa, ma
piacevano anche agli etruschi, hanno scoperto gli archeologi. Si
trattativa di miscugli di varie bevande che davano vita a primordiali
grog o ponce. Lo ha scoperto Patrick McGovern, uno dei massimi esperti
mondiali di chimica applicata. Il cocktail "Mesopotamia" era un composto
dolce - la moda del dry era di là da venire - ed era una mescolanza di
vino, birra, succo di mele e miele.Oggi per cocktail si intende una miscela di prodotti diversi (distillati, liquori, succhi, sciroppi, spremute, vini, spumanti,crema di latte, latte, ecc...): miscela generalmente fredda e preparata negli attrezzi tipici dei barman (mixing glass, shaker, Boston o Gallone) o direttamente nel bicchiere in cui viene servita al cliente (tumbler ad esempio). L'usanza di miscelare prodotti vari, quanto sembra, nacque negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso; in Europa la moda delle bevande miscelate risale agli anni Venti e velocemente si diffuse dappertutto. All'origine non esistevano regole fisse sulla preparazione, ma già nel 1930 era possibile consultare una pubblicazione, il savoy cocktail book, che stabiliva alcune regole generali che poi sarebbero durate sino ad oggi. Nel corso degli anni nacquero associazioni di categoria (l'AIBES nel 1949), di cui oggi la più importante è l'IBA (International Bartenders Association nel 1951). Nel 1961 una commissione, formata dai migliori barman di tutto il mondo(International Cocktail Committee), impose alcune regole riguardanti il dosaggio e la suddivisione dei cocktail in circa 24 gruppi; dopo di ciò, furono scelti e codificati 50 cocktail tra i più conosciuti. Nel 1987 la stessa commissione, visti i cambiamenti di gusti e le abitudini della clientela, modificò alcune ricette e portò il numero di cocktail codificati a 73, tra numerose polemiche che tuttora persistono. Poco dopo un'ulteriore variazione è stata apportata: alcune ricette sono tornate alla versione originale (la misurazione e' in terzi) e ora sono 60 i cocktail regolamentati. La codificazione è importante sia per il consumatore che per il barman: infatti, in qualunque posto del mondo si prepari o si serva lo stesso cocktail, ingredienti, preparazione, guarnizioni e bicchieri devono essere uguali. Tra i ricorrenti richiami che si attribuiscono alla storia dei cocktails emergono alcune figure caratteristiche come quella di Ernest Hemingway, lo scrittore che sottolineò la gioia di vivere accanto ai calici di ottimo vino o di short drink preparati all'Harry's Bar di Venezia, all'insegna di una corposa e fresca allegria vissuta talvolta insieme ad illustri amici, scrittori, artisti, uomini politici, scienziati di tutto il mondo. Erano tempi in cui clienti eccezionali, frequentavano i tranquilli ritrovi dei grandi alberghi, le sale scintillanti dei caffè alla moda (la famosa terza saletta dell'Aragno di Roma, il Caffè degli specchi di Trieste, il Pedrocchi di Padova, il Gambrinus di Napoli, oltre ai locali e ritrovi di città artistiche come Firenze, o di Capitali di tutto il mondo). Perchè incontrarsi, conversare, discutere su argomenti di attualità era un diversivo e distensivo modo di vivere la vita, dedicando più tempo a se stessi e agli altri, magari davanti a un cocktail per stimolare l'estro conviviale. Nascevano così i drinks che avrebbero fatto il giro del mondo. Nomi ormai conosciuti, come il Negroni, nato da un casuale momento (la ricetta originale, servita al Casoni di Firenze, un ritrovo alla moda del 1919, era a base di vermouth rosso Cinzano e Bitter Campari, il classico Americano, l'idea fu di aggiungere a questa miscela un po' di gin, così come faceva sempre il conte Camillo Negroni, ottimo cliente del locale; Fosco Scarselli, il barman, si sentiva richiedere più volte al giorno: "come il conte Negroni" e non gli fu difficile dare un nome a un cocktail che sarebbe poi stato diffuso ovunque) o come Mary Pickford (l'indimenticabile affascinante attrice americana degli anni Trenta), come Bloody Mary (Maria la sanguinaria), o Caruso (dedicato al tenore che aveva conquistato gli americani) venivano serviti in tutti i continenti. Cos'è un cocktail? Il cocktail è l'esempio della ricerca di un perfetto equilibrio tra ingredienti differenti tra loro. La base è rappresentata sempre da un distillato importante (whisky, cognac, acquavite, gin, ecc.), a cui si aggiungono gli elementi modificanti, che hanno la funzione di conferire gusto amaro, dolce, aromatico o acido, di essere dissetanti o tonici. Molto spesso nella formula è presente il ghiaccio, che contribuisce a un giusto amalgama e allunga leggermente la miscela. Si possono poi prevedere elementi decorativi come olive, ciliegie, scorze di arancia e limone, foglie di menta. Tutti i cocktail sono distinti da un proprio spiccato profilo organolettico. I Barman I barman che li hanno ideati possono essere considerati dei veri e propri artisti, esperti nelle armonie del gusto e degli aromi. I cocktail hanno norme precise di preparazione, che prevedono una serie di strumenti appositi: secchiello e pinza per il ghiaccio, shaker, mixing glass o mixer, passino per il travaso nel bicchiere, palettina per mescolare, coltellini e cucchiai di varia misura, cavatappi e pinza per tappo di spumante e Champagne. Ogni cocktail richiede un bicchiere apposito: si va dal semplice calice alla provetta, dalla flûte alla coppetta da cocktail, dall'old-fashioned al tumbler, dallo highball al collins. |
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